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Abi, mutui più cari: gli interessi sfondano la soglia del 4%
Costi in ascesa. Nuovi prestiti alle imprese al 3,9%, ai massimi da gennaio 2012. A marzo i finanziamenti sono saliti solo dello 0,5%
I tassi di interesse sui mutui sfondano la soglia del 4 per cento e si avvicinano sempre più ai record di inizio anni Duemila.
Per ritrovare tassi così bisogna andare parecchio a ritroso negli anni: a fine 2007, a esempio, il tasso sui mutui aveva raggiunto il picco del 5,72 per cento. Se nel 2016 il costo dei prestiti per l’acquisto degli immobili aveva raggiunto il minimo storico e ci aveva messo una decina di anni, per il processo inverso si sta andando al galoppo a causa dei rialzi dei tassi di interesse i quali soltanto da un paio di mesi a questa parte stanno cominciando a essere trasmessi in modo visibile all’economia reale. L’aggiornamento sul costo dei finanziamenti arriva dal bollettino mensile dell’Abi.
Secondo il quale nel mese di marzo ha continuato a rallentare l’erogazione dei prestiti alle famiglie e alle imprese mentre, nel frattempo, i tassi di interessi hanno proseguito la loro salita. Il tasso medio sul totale dei prestiti è stato del 3,81% contro il 3,65% del mese precedente. Nello specifico, il tasso medio sulle nuove operazioni per acquisto di abitazioni è stato il 4% rispetto al 3,76% del mese precedente e al 5,72% a fine 2007 (il dato diffuso nei giorni scorsi dalla Banca d’Italia che indicava già il 4% a febbraio in realtà teneva conto del Taeg e non rifletteva solo la dinamica del tasso di interesse). Il tasso medio sulle nuove operazioni di finanziamento alle imprese è stato del 3,9% contro il 3,55% del mese precedente.
Focalizzandosi sulla dinamica dei prestiti, emerge che nel mese di marzo i finanziamenti alle famiglie e alle imprese sono aumentati dello 0,5% su base annua contro l’incremento dell’1% segnato a febbraio. A febbraio i prestiti alle imprese erano diminuiti dello 0,5% e quelli alle famiglie erano cresciuti del 2,5 per cento. Anche il deterioramento dei crediti nel periodo avanza, seppure lentamente.
Le sofferenze nette (cioè al netto di svalutazioni e accantonamenti già effettuati dalle banche con proprie risorse) a febbraio 2023 sono state 15,5 miliardi di euro, in lieve ulteriore aumento (erano 15,3 miliardi a gennaio e 14,2 miliardi a dicembre 2022). Il rapporto sofferenze nette su impieghi totali è stato pari allo 0,89% a febbraio 2023 rispetto allo 0,81% di dicembre 2022, all’1,03% di febbraio 2022 e al 4,89% a novembre 2015.
Un altro aspetto interessante, anch’esso effetto dell’accelerazione sull’aumento dei tassi di interesse, riguarda la raccolta bancaria.
Calano le consistenze dei depositi, e dunque anche la liquidità parcheggiata sui conti correnti: a fine marzo erano pari a 1783 miliardi, con una flessione del 2,9 per cento anno su anno e di circa 4 miliardi rispetto al mese precedente. In continua ripresa, complice l’aumento dei tassi di interesse, la raccolta bancaria attraverso l’emissione di bond: l’ammontare complessivo è pari a 220 miliardi, in aumento del 10 per cento anno su anno e il dato più alto rispetto agli ultimi due anni.
L’aspetto interessante è che l’impennata sulla raccolta bancaria è avvenuta a marzo 2023, il mese nel quale la crisi del Credit Suisse e l’azzeramento dei bond bancari At1 (salvando invece i titoli azionari e sovvertendo la priorità nella scala delle passività da coinvolgere in una crisi) aveva fatto temere un inasprimento delle condizioni di mercato che avrebbe potuto penalizzare la raccolta bancaria. Frattanto il tasso di interesse medio sul totale della raccolta bancaria da clientela (somma di depositi, obbligazioni e pronti contro termine in euro a famiglie e società non finanziarie) è in Italia cresciuto allo 0,80%, (0,71% nel mese precedente). Tutto questo per l’effetto, tra le altre cose, dell’incremento del tasso praticato sui soli depositi (conti correnti, depositi a risparmio e certificati di deposito), passato allo 0,61% dallo 0,54% nel mese precedente. Va, però, sottolineato che il tasso praticato sui soli depositi in conto corrente è rimasto lo 0,26%, «tenendo conto del fatto che il conto corrente permette di utilizzare una moltitudine di servizi e non ha la funzione di investimento», si spiega. In aumento anche il rendimento delle obbligazioni in essere, in crescita al 2,41% (2,23% nel mese precedente). Inoltre, si spiega «il tasso praticato sui nuovi depositi a durata prestabilita (cioè certificati di deposito e depositi vincolati) a febbraio 2023 è in aumento al 2,5% (0,57% a febbraio 2022) e il rendimento delle nuove emissioni di obbligazioni a tasso fisso è passato dallo 0,58% di febbraio 2022 al 4,01% di febbraio 2023».