La regolarizzazione costa 200 euro. A marzo il primo pagamento

Con la legge di Bilancio 2023 viene riproposta la sanatoria delle irregolarità formali, che risulta l’esatta fotocopia – tranne per i riferimenti temporali - di quella prevista dall’articolo 9 del Dl 119/2018.

Viene stabilito che possono essere sanate «le irregolarità, le infrazioni e le inosservanze di obblighi o adempimenti, di natura formale, che non rilevano nella determinazione della base imponibile ai fini delle imposte sui redditi, ai fini dell’Iva e dell'Irap e sul pagamento dei tributi, commesse fino al 31 ottobre 2022».

Le irregolarità possono essere sanate con il pagamento di 200 euro per ciascun periodo d’imposta cui si riferiscono le violazioni. La norma stabilisce ulteriormente che la regolarizzazione si perfeziona, oltre che con il pagamento, con la «rimozione delle irregolarità od omissioni».

Il pagamento va eseguito in due rate di pari importo, da versare il 31 marzo prossimo e il 31 marzo 2024 (probabilmente, con l’apposito provvedimento attuativo, verrà consentito il pagamento in unica soluzione entro il 31 marzo 2023). Risultano esclusi ex lege: le violazioni riferite al quadro RW, gli atti di contestazione della collaborazione volontaria di cui all’articolo 5-quater del Dl 167/1990, le violazioni già contestate in atti divenuti definitivi.

Inoltre – anche in questo caso come è accaduto con l’articolo 9 del Dl 119/2018 – viene stabilito che, in deroga alle disposizioni dello Statuto del contribuente, con riferimento alle violazioni formali commesse fino al 31 ottobre 2022, oggetto di un processo verbale di constatazione, i termini di decadenza (articolo 20 del Dlgs 472/1997) vengono prorogati di due anni (in sostanza, risultano quelli del 31 dicembre del settimo anno successivo a quello in cui è avvenuta la violazione). Si tratta di una previsione che non ha molto senso (tralasciando ogni considerazione sulla riprovevole prassi della postergazione dei termini di accertamento in deroga allo Statuto), considerato che al tempo del Dl 119/2018 la sanatoria delle irregolarità formali aveva un legame con la definizione dei processi verbali di constatazione (articolo 1 dello stesso Dl 119), la quale disponeva anch’essa la proroga di due anni dei termini di accertamento. Nel caso della legge di Bilancio 2023 non vi è invece alcun legame con altre misure definitorie, in particolare riferite a un pvc, portanti una postergazione dei termini decadenziali di rettifica.

Peraltro, occorre rilevare che il differimento dei termini previsto dalla legge di Bilancio 2023 riguarda anche coloro che si avvarranno della sanatoria: questo, nonostante il basso costo (200 euro per anno), non risulta certo un incentivo ad utilizzarla. A ogni modo, la questione che ogni volta si pone è quella di identificare il perimetro di “violazione formale”. Questo perché nel nostro ordinamento tributario non vi è una nozione vera e propria di tali infrazioni. Probabilmente, da parte della prassi, verranno seguite le indicazioni della circolare n. 11/E/2019, documento che, per tutta una serie di chiusure, determinò molte perplessità.


Il forfettario più favorevole per i redditi più elevati

Il comma 54 dell’articolo 1 della legge 29 dicembre 2022 n. 197 (legge di Bilancio 2023) ridisegna il regime forfettario per le persone fisiche esercenti attività di impresa o arti e professioni attraverso due rilevanti modifiche al modello previgente.

La prima novità riguarda l’allargamento della platea dei beneficiari: se fino al 2022 l’accesso al regime di vantaggio era consentito a condizione di non aver oltrepassato la soglia di 65mila euro di ricavi/compensi realizzati nell’anno precedente, a partire dal 2023 tale valore viene innalzato a 85mila euro. In merito va precisato che il nuovo limite è immediatamente operativo, considerando che nel 2023 potranno scegliere di utilizzare il forfettario tutti gli operatori economici che nel 2022 hanno realizzato ricavi/compensi fino a 85mila euro.

Una opzione che, secondo le stime dell’Ufficio parlamentare di bilancio, sarà esercitata da circa 60mila persone fisiche in partita Iva, considerati i possibili risparmi in termini di carico impositivo che il forfettario generalmente garantisce rispetto al regime ordinario Irpef, da cui si discosta sia nelle modalità di computo del reddito imponibile che in quelle di definizione dell’imposta. Si ricorda, infatti, che nel regime forfettario:

  • il reddito imponibile viene determinato mediante l’applicazione di un coefficiente di redditività standard –variabile a seconda della tipologia di attività esercitata – al valore dei ricavi/compensi annui realizzati;
  • l’imposta viene calcolata attraverso l’applicazione di una aliquota proporzionale del 15% (ridotta al 5% per i primi cinque anni di attività) al predetto reddito (dedotti i contributi previdenziali versati).

Una analisi, seppur sommaria, delle caratteristiche del forfettario consente di individuare con un buon grado di approssimazione i casi in cui l’utilizzo del modello potrebbe risultare particolarmente conveniente, anche alla luce del nuovo limite introdotto dalla legge di Bilancio:

  • il meccanismo di forfetizzazione del reddito favorisce imprenditori e professionisti con strutture “leggere”, ovvero dotati di organizzazioni poco onerose, mentre penalizza coloro che investono nell’attività e sostengono costi di funzionamento non marginali;
  • a parità di altre condizioni, la convenienza del forfettario aumenta all’aumentare del reddito, quindi i soggetti che ne trarranno più vantaggi saranno proprio coloro che si collocano nella fascia tra 65mila e 85mila euro di ricavi/compensi.

Per gli iscritti alla gestione artigiani e commercianti dell’Inps la convenienza viene ulteriormente amplificata per effetto dello “sconto” contributivo del 35 per cento previsto, su opzione, a favore dei contribuenti forfettari.

La seconda novità introdotta dalla legge di Bilancio è un intervento sicuramente apprezzabile, poiché volto a rimuovere una delle principali distorsioni del modello previgente: fino al 2022, infatti, potevano beneficiare del forfettario anche redditi molto cospicui, considerato che l’uscita dal regime era prevista a partire dall’anno successivo a quello di superamento della soglia di 65mila euro (ora 85mila) di ricavi/compensi, indipendentemente dal loro ammontare.

A partire dal 2023, invece, coloro che conseguiranno ricavi/compensi annui superiori a 100mila euro usciranno dal forfettario a far data dallo stesso periodo d’imposta. In altre parole potranno verificarsi tre situazioni:

  • ricavi/compensi fino a 85mila euro permetteranno di usufruire del forfettario anche nell’anno successivo;
  • ricavi/compensi compresi tra 85.001 e 100mila euro consentiranno di mantenere il forfettario per l’anno corrente, ma ne causeranno l’uscita nell’anno successivo;
  • ricavi/compensi superiori a 100mila euro determineranno l’immediata uscita dal forfettario e l’applicazione del regime Irpef.

In quest’ultimo caso rientra in gioco anche l’Iva, che sarà dovuta a partire dalle operazioni che determinano il superamento del suddetto limite.


Azzerate le partite fino a mille euro a tutto il 2015

L'importo da considerare è dato da sorte capitale, interessi per ritardata iscrizione a ruolo e sanzioni. Quindi non si contano interessi di mora, aggio e spese di procedura.

Anche stavolta, ciò che conta è il singolo “carico” affidato e non il totale addebitato nella cartella di pagamento. Si evidenzia che il carico corrisponde all'importo complessivo del provvedimento che è alla base dello stesso. Per esempio, la sanzione Iva è un carico differente rispetto alla liquidazione della dichiarazione, effettuata ai sensi dell'articolo 36-bis del Dpr 600/1973.

Sono esclusi dallo stralcio:

il recupero degli aiuti di Stato illegittimi;

le somme da pronunce di condanna della Corte dei conti; le sanzioni comminate da un'autorità penale;

le risorse proprie dell'Ue; l'Iva all'importazione.

Il riferimento di legge non è al debito originario affidato all'agente della riscossione, ma al residuo alla data di entrata in vigore della legge di Bilancio, dunque, al 1° gennaio 2023.

Per le entrate degli altri enti (ad esempio, i Comuni), invece, lo stralcio riguarda, in automatico, solo gli interessi affidati all'agente della riscossione, gli interessi di mora e le sanzioni, mentre restano dovuti oltre alla sorte capitale, le spese per procedure esecutive e per la notifica della cartella di pagamento. Quanto alle partite aventi ad oggetto esclusivamente le sanzioni amministrative, incluse le multe stradali, lo stralcio riguarda unicamente gli interessi e le maggiorazioni. Ciò comporta che restano dovuti la sanzione e le spese per procedure esecutive e notifica della cartella.

Questi enti possono deliberare, entro il 31 gennaio 2023, di non applicare alcuno stralcio alle partite in oggetto, privando così di qualsiasi effetto la previsione di legge. In tal caso, la delibera va comunicata all'agente della riscossione e pubblicata, sempre entro il 31 gennaio 2023, sui siti istituzionali dell'ente e dell'Agenzia delle Entrate-Riscossione (Ader). Si è peraltro dell'opinione che in tal caso resta comunque il diritto del debitore di aderire alla rottamazione quater, secondo le regole ordinarie sopra illustrate, ottenendo così il medesimo vantaggio che la delibera dell'ente intenderebbe azzerare.

L'annullamento ha validità alla data del 31 marzo 2023. Le somme versate prima di tale data restano definitivamente acquisite. Dal primo gennaio e fino al 31 marzo 2023 sono sospese tutte le azioni di recupero da parte dell’Ader, relative agli affidamenti in corso di stralcio.

L'azzeramento opera anche nei confronti delle partite potenzialmente comprese nella rottamazione quater.


Mutui, il 2023 sarà l’anno del fisso: il variabile è diventato più caro

Si è appena chiuso un anno shock sul fronte mutui. Coloro i quali stanno rimborsando un tasso variabile si sono visti aumentare le rate di oltre il 40% come conseguenza del balzo degli indici Euribor, passati da -0,5% al 2,1%. Allo stesso tempo, coloro i quali stanno ragionando se sia il momento giusto per comprare una casa si trovano di colpo tassi di mercato meno generosi con fissi anche superiori al 4% e variabili più competitivi ma con la prospettiva di diventare via via più onerosi. Alcuni di essi, conti alla mano, sono ora costretti ad abbassare le pretese sull'immobile desiderato. Perché se fino allo scorso anno il loro potere reddituale, a fronte di tassi medi intorno all'1,5%, consentiva di sbilanciarsi su prestiti più elevati e di conseguenza su immobili più grandi e di maggior valore, l'impennata del costo degli interessi ha adesso ridimensionato la quantità di capitale finanziabile. Gli unici a poter dormire sonni tranquilli sono quelli che hanno stipulato un tasso fisso su livelli molto bassi (fino a un paio d'anni fa era possibile anche sotto l'1%) che non vedono in alcun modo intaccato il piano di ammortamento.

Nel complesso è stato un anno difficile, a cui seguirà probabilmente un anno ancora più complesso. Perché il 2023, a livello di contesto macro e di politica monetaria, non inizia con uno scenario di fondo migliorato. Il governatore della Bce Christine Lagarde nel discorso di metà dicembre (qualche minuto dopo aver annunciato un rialzo dei 50 punti base del costo del denaro) è stato più duro (falco) delle attese. Il messaggio recapitato agli investitori e di riflesso ai mutuatari è che i tassi saliranno ancora perché la lotta all'inflazione è ancora lontana dal potersi dire conclusa. La Bce ipotizza un'inflazione “core” (quella di cui tiene conto perché depurata delle componenti più volatili, vale a dire i prezzi dei beni energetici e di quelli alimentari) scendere dall'attuale 5% al 4,2%. Un timido calo, quindi, con una soglia di approdo molto distante dall'area del 2% che resta l'obiettivo del mandato della Bce in termini di stabilità dei prezzi da preservare. Come mai la Bce si aspetta solo un leggero ridimensionamento dell'inflazione “core” nonostante essa stessa preveda di attuare ancora “diversi rialzi da 50 punti base”? E' questa la domanda che preoccupa di più i mercati che a caldo, in reazione alle parole della Lagarde, hanno spinto i futures sugli Euribor 3 mesi (quelli più utilizzati per determinare, in aggiunta allo spread stabilito dalla banca, il tasso variabile) con scadenza dicembre 2023 dal 2,8% al 3,6%. Come dire che il mercato si aspetta almeno altri tre rialzi da 50 punti base nel prossimo anno. Dopodiché il quadro dovrebbe migliorare o comunque stabilizzarsi (almeno è quello che scontano ora i mercati) dato che gli Euribor sono visti al 3 % nel prossimo Natale. Del domani non v'è certezza, soprattutto quando una banca centrale sceglie di usare parole appositamente vaghe (“diversi rialzi”) in un contesto ballerino e imprevedibile come è quello di una battaglia ad un'inflazione che non si vedeva da 40 anni (l'inflazione headline è balzata nell'Eurozona oltre il 10%). Di conseguenza molti di coloro che avevano un tasso variabile, nel corso degli ultimi mesi si sono affrettati a surrogarlo a tasso fisso, accettando di pagare di più (3,5% - 4%) per evitare ulteriori cattive sorprese. Quelli che non lo hanno ancora fatto ci staranno sicuramente pensando con un occhio agli Eurirs (gli indici interbancari sul lungo periodo utilizzati dalle banche per determinare il tasso fisso) e un altro agli Euribor. Qualche giorno fa, gli osservatori più attenti, avranno visto che l'Euribor a 3 mesi (2,1%) si è portato oltre per qualche seduta rispetto agli Eurirs a 30 anni (scesi fino all'1,85% l'8 dicembre). Il variabile ha superato il fisso in sostanza. A metà dicembre però le parole della Bce hanno gettato piena incertezza anche sulla parte lunga della curva, dato che la banca centrale ha annunciato che da marzo inizierà a lasciar scadere (senza più riacquistarli) i vari bond che ha messo a bilancio negli ultimi anni. Questa notizia ha riportato un po' più in su gli Eurirs con la parte a 30 anni che si è portata al 2,4% superando nuovamente gli Euribor. Al di là del testa a testa che probabilmente seguirà nelle prossime settimane resta marcato il trend di fondo. Gli Euribor con ogni probabilità continueranno a salire perché essi riflettono in modo puntuale i rialzi del tasso sui depositi della Bce mentre la corsa degli Eurirs (e di conseguenza dei fissi) potrebbe anche arrestarsi non appena il mercato dei bond inizi a prezzare in modo più marcato lo scenario di recessione economica che molti dati

economici anticipatori (i cosiddetti leading indicator, come indici Pmi e Zew) stanno annunciando da qualche mese. Di conseguenza non è da escludere che nel corso del 2023 il sorpasso del variabile nei confronti del fisso (posto che le banche mantengano uguale lo spread sui due prodotti) possa diventare una costante. Sarebbe un paradosso (partire con un variabile più caro del fisso in teoria non ha senso dato che il variabile sulla carta espone a rischi maggiori) ma non sarebbe il primo caso. L'ultima volta che è accaduto risale al 2008, ai tempi del collasso di Lehman Brothers con annessa crisi di liquidità tra le banche e impennata record degli Euribor. Il contesto odierno è un tantino diverso (perlomeno le banche non hanno problemi di liquidità e di sfiducia reciproca) ma il quadro resta comunque delicato. L'unica certezza, in questo marasma sui tassi, è che queste condizioni stanno ponendo le basi per un rallentamento della domanda di mutui e case nell'anno che si aprirà. Con l'augurio, ovviamente, che i fatti della street economy possano smentire le razionali previsioni macro che si possono ricavare unendo i puntini. E che questa stretta della Bce possa durare meno del previsto.