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Transizione 5.0, altra beffa: il MIMIT fa marcia indietro e cambia il decreto fiscale
Articolo a cura di Studio Mudol
Il governo corregge ancora il tiro: agli esodati verso il 90% sui beni strumentali e il 100% su FER e formazione
Autore: Miriam Carraretto
Il governo ha scelto di disinnescare il conflitto con il mondo delle imprese sul bonus Transizione 5.0. Dopo il taglio contenuto nel decreto fiscale del 27 marzo, che per le aziende rimaste senza copertura piena aveva aperto allo scenario, catastrofico, di un credito ridotto addirittura al 35%, il tavolo che si è tenuto il 1° aprile al Mimit segna una nuova inversione di rotta.
Il governo si è impegnato a riportare la copertura complessiva della misura a 4,25 miliardi, con una soluzione che dovrebbe riconoscere agli sfortunati esodati il 90% dei crediti relativi ai beni strumentali e il 100% della parte riferita a fonti rinnovabili e formazione.
Cosa è stato deciso
A Palazzo Piacentini l'Esecutivo ha, come dire, preso atto che la soluzione contenuta nel DL fiscale rischiava di produrre una frattura con il sistema produttivo e con i professionisti. Anzi, l'aveva già scatenata. Il Mimit ha dunque convocato il tavolo già il 29 marzo, d’intesa con il Mef e con il ministero per gli Affari europei, Pnrr e Politiche di coesione, spiegando che il confronto nasceva proprio in seguito a quanto deciso dal Consiglio dei ministri in sede di approvazione del Dl fiscale. All’uscita dal vertice, la linea è cambiata in modo netto.
Palazzo Chigi ha ora rimesso sul tavolo il ripristino integrale degli 1,3 miliardi previsti dalla Legge di bilancio e l’aggiunta di altri 200 milioni, vale a dire 1,5 miliardi in più rispetto alla soluzione ridotta contenuta nel decreto di fine marzo. I nuovi fondi consentono di portare il credito dal 35% previsto dal decreto di venerdì al 90% per gli investimenti del piano e al 100% per i pannelli fotovoltaici. La copertura piena viene estesa alla quota FER e alla formazione.
Chi sono gli esodati di Transizione 5.0
Attenzione che la platea interessata dalla correzione non coincide con l’intero universo dei beneficiari di Transizione 5.0.
Gli esodati sono quelle imprese che hanno continuato a presentare le comunicazioni preventive dopo il decreto direttoriale del 6 novembre 2025, pubblicato il 7 novembre, con cui il Mimit ha comunicato l’esaurimento delle risorse disponibili sulla misura, e che hanno validamente completato l’iter nei termini richiesti, ricevendo dal GSE la conferma dell’ammissibilità tecnica dell’investimento. Proprio il ministero, pochi giorni dopo quel 7 novembre, aveva chiarito che le richieste avrebbero comunque potuto continuare ad essere presentate, in attesa di nuove risorse, e che sarebbero state valutate secondo l’ordine cronologico.
Cosa prevedeva il decreto fiscale del 27 marzo
Il casus belli è stato l’articolo 8 del decreto-legge 27 marzo 2026, n. 38. La norma riconosceva agli esodati soltanto un credito d’imposta pari al 35% dell’importo richiesto nelle comunicazioni di prenotazione, calcolato esclusivamente sugli investimenti in beni strumentali degli allegati A e B alla
legge 232/2016, oltre alle spese di certificazione. Restavano invece esclusi gli investimenti in fonti di energia rinnovabile, compreso il fotovoltaico, nonché la componente formazione. La ragione numerica del taglio era tutta nella copertura.
L'esubero di domande valeva circa 1,65 miliardi, di cui 1,53 miliardi riferiti ai beni strumentali, mentre il governo nel decreto fiscale aveva destinato agli esodati soltanto 537 milioni. Da qui il riparto al 35% circa della componente beni. Quindi, chi attendeva un credito al 45% avrebbe finito per incassare il 15,75% dell’investimento, chi si aspettava il 35%, appena il 12,25%, cioè meno di quanto avrebbe ottenuto restando persino nel perimetro di Transizione 4.0. Piuttosto assurdo. Confindustria, Confapi e Confartigianato sono andate su tutte le furie, e hanno denunciato la rottura del patto di fiducia.
Cosa succede adesso
Ora, i nuovi 1,5 miliardi annunciati rappresentano l’incremento destinato a chiudere il buco apertosi su chi appunto era rimasto fuori. Sommando questi fondi ai 2,75 miliardi già stanziati per Transizione 5.0, l’impegno complessivo del governo sul piano arriva appunto a 4,25 miliardi. Questo importo dovrebbe consentire di soddisfare quasi integralmente le domande valide rimaste in sospeso.
La correzione deve ora passare nella conversione del Dl 38/2026, all’esame parlamentare. Fino a quel momento navighiamo a vista, perché convivono ora tre piani diversi insieme: la disciplina ordinaria del 5.0, il testo vigente del decreto fiscale e l’impegno politico assunto dal governo il 1° aprile.
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